Responsabilità Civile nello Sport


del calciatore


La Suprema Corte di Cassazione ha sancito sin dagli anni 50 l’obbligo del rispetto dell’integrità fisica dell’avversario e delle regole della normale prudenza in base alle quali in un’azione di gioco l’osservanza delle norme tecniche e dei regolamenti di settore non esime l’atleta dal dovere di tutela dell’altrui integrità fisica e della vita. Il calciatore risulterà, quindi, responsabile delle lesioni eventualmente prodotte se la sua condotta risulti trasmodante e se trascenda i confini della tutela sportiva. Nel caso in cui l’evento dannoso si verifichi senza volontarietà il relativo accertamento verrà compiuto a seconda del tipo di gara in cui si è verificato.
Il rischio accettabile ed accettato varia, infatti, a seconda che si tratti di un incontro tra professionisti o dilettanti, di un allenamento o di una semplice amichevole. Quanto, infine, alla rilevanza penale di una condotta lesiva si delinea, in giurisprudenza, il principio del cosiddetto rischio consentito, in base al quale risulterebbero scriminate le eventuali lesioni derivanti dalla violazione delle regole di gioco a condizione che il fallo sia stato effettuato nel tentativo di sviluppare un’azione di gioco e non sia, al contrario, preordinato al solo scopo di fare del male.



del pilota nelle gare automobilistiche e motociclistiche


La pericolosità connessa alle competizioni di questo tipo è di per sé scontata, pertanto anche per questo sport valgono le medesime considerazioni in merito al rischio accettabile ed accettato. Tuttavia, oltre all’indispensabile rispetto delle regole tecniche e di gara si impone per il corridore il massimo impiego della necessaria perizia. Il modello del corridore prudente deve necessariamente tener conto dell’abilità e dell’audacia necessarie per conseguire una posizione più vantaggiosa, pertanto se l’audacia rileva per comune giurisprudenza quale “dato indefettibile dello sport automobilistico” l’imprudenza non può essere valutata in base ai comuni criteri che sorreggono i comportamenti umani, ma va rapportata all’agonismo e al rischio della competizione.



dello sciatore e del gestore di un impianto sciistico


La legge n. 363 del 2003 ha disciplinato due aspetti particolarmente importanti dell’attività sciistica: la sicurezza e la regolarità delle piste e la conseguente responsabilità del gestore degli impianti per i danni riconducibili ad una cattiva gestione e la disciplina della circolazione degli sciatori sulle piste. I gestori devono assicurare agli utenti la pratica delle attività sportive e ricreative in condizioni di sicurezza, provvedendo alla messa in sicurezza delle piste secondo quanto stabilito dalle Regioni con l’obbligo di proteggere gli utenti da ostacoli presenti lungo le piste mediante l’utilizzo di adeguate protezioni e segnalando opportunamente situazioni di pericolo.
Per tale motivo è obbligatorio per ogni gestore stipulare un contratto di assicurazione per la responsabilità civile per danni derivanti agli utenti ed ai terzi. La predetta legge detta poi, sulla falsa riga del Decalogo dello Sciatore (già elaborato dalla Federazione internazionale Sci) un vero e proprio codice per gli sciatori disciplinante l’uso del casco protettivo sotto i quattordici anni, l’obbligo di precedenza, la fase di sorpasso, la precedenza (etc) la cui violazione può comportare non solo una responsabilità civile o penale, ma anche una sanzione amministrativa (stabilità dalle Regioni) che varia da un minimo di 20 ad un massimo di 250 euro.



del gestore di un maneggio (equitazione)


Rispetto agli altri sport, l’equitazione si caratterizza, sotto il profilo delle responsabilità, per la concorrenza di due condotte, quella del cavallo e quella dell’uomo. L’imprevedibilità delle reazioni legale all’indole dell’animale comportano la qualificazione di tale attività come pericolosa, imponendo, ai sensi dell’art. 2050 c.c., ad ogni gestore di un maneggio o di una scuola di equitazione di provare, nel caso in cui si sia verificato un evento dannoso, di essersi dotato di tutte le misure idonee ad evitarlo: pena il risarcimento dei danni. Ciò nonostante, a partire dalla seconda metà degli anni 90 la giurisprudenza si è orientata verso una distinzione tra il principiante e il cavallerizzo: nel primo caso, quella del maneggio resta un’ attività sportiva pericolosa, mentre nel secondo la particolare esperienza dell’atleta, e l’adozione di opportune cautele, fa venir meno tale qualificazione.



dell'allenatore


Agli allenatori è riconosciuto, nell’ambito dell’attività di insegnamento e di avviamento ad una pratica sportiva, un potere direttivo e di controllo che viene bilanciato da una responsabilità oggettiva ex art. 2047 e 2048 c.c. al verificarsi di danni agli atleti o agli allievi. Ciò significa che in un eventuale contenzioso sarà a suo carico l’onere di provare di non aver potuto impedire l’evento dannoso e di aver fatto tutto il possibile per evitarlo.
La responsabilità sarà tanto maggiore, così come le cautele da adottare, quanto maggiore è la pericolosità dello sport insegnato.
La Suprema Corte di Cassazione ha ravvisato la responsabilità dell’istruttore in tutti i casi in cui l’evento dannoso sia oggettivamente e soggettivamente prevedibile e venga agevolato dalla mancanza di cure e cautele da parte dello stesso.



dell'arbitro


L’ufficiale di gara (comunemente detto Arbitro) è l’individuo, o il collegio di individui, abilitato da una Federazione a dirigere e controllare una competizione sportiva, a giudicare della sua regolarità e a risolvere le controversie proprie di una competizione. Esso, di fatto, tutela l’integrità fisica degli atleti gareggianti prevenendo o limitando il ricorso ad atti lesivi derivanti da un eccessivo e non corretto impegno agonistico. Proprio per tale funzione, l’arbitro, delegato ad esercitare il soddisfacimento del bisogno collettivo nel campo dello sport, non può considerarsi un semplice tecnico incaricato di decidere le sorti di un privato incontro sportivo, ma l’esercente di un’attività di pubblico interesse, la quale, siccome delegatagli da un ente pubblico attraverso i suoi organi di categoria (C.O.N.I.) costituisce una pubblica funzione ed è quindi pubblico ufficiale.
Ne discende, quindi, una responsabilità qualificata che può emergere anche solo per aver omesso di verificare la conformità delle strutture qualora queste abbiano causato l’evento dannoso ovvero, nei casi più gravi, per aver compilato un referto erroneo o intenzionalmente non veritiero. L’arbitro, infatti, è tenuto a redigere per le autorità federali un accurato rapporto in ordine ai fatti verificatisi durante la gara e con tale mezzo è potenzialmente in grado di arrecare danni patrimoniali e morali ad un atleta che potrebbe, ad esempio, essere squalificato, perdere una sponsorizzazione, accusare un danno all’immagine o addirittura essere radiato.